Una bicicletta senza libertà
- 15 mag 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 16 mag 2022
Sono sul balcone di un palazzo qui a Marseille. Per strada moltissima gente va e viene, quasi tutti sembrano andare di fretta. Al bar qui sotto però, c’è un signore che se ne sta seduto a fumare una sigaretta e, come me, guarda il mondo andare avanti. È probabile che tra poco si alzi e si perda in mezzo a quell’ammasso di persone. La cosa che più mi stupisce è che sarà lui a scegliere quando alzarsi, che strade prendere, quando fermarsi. Vorrei avere anche io quella libertà, invece non ne ho.
Stamattina ho capito che il mio destino è segnato: sarò rottamata o rimarrò per sempre qui, su questo balcone, in quest’angolo remoto dell’universo. Una volta ho sentito parlare di un certo Ungaretti che scriveva:
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.
Io mi oppongo, vorrei urlarlo al vento: «Non dimenticatemi, ve ne prego!». Ma temo sia ormai troppo tardi, e ora mi chiedo che senso abbia essere qui.

Il tempo scorre inarrestabile e io mi aggrappo ai ricordi, è l’unico modo che conosco per restare a galla. Ripenso alle strade che conosco a memoria. Tra le tante, a mancarmi di più è quella sul lungomare, vicina al porto. Ci sono passata in ogni stagione, quasi tutti i giorni per anni. Luca andava a scuola proprio dall’altra parte della città e la strada era sempre la stessa: una lunga discesa tra palazzi tutti uguali e poi il mare - almeno, così lo chiamavano - fino a scuola.
Ricordo ancora quella volta in cui si distrasse ascoltando un ragazzo che suonava la tromba vicino al porto e per poco non fummo investiti da una macchina grigia. Dopo l’incidente scampato, lui scese in spiaggia per scrollarsi di dosso lo spavento, mentre io rimasi lì per strada, a guardare tutto da lontano. Davanti a me, quella distesa infinita d’acqua azzurra e il rumore delle onde, regolare e tranquillizzante. Fu proprio allora che m’innamorai del mare.
Nel weekend tornavo da quelle parti insieme a Paolo, che però correva come un pazzo così gli passavano affianco in batter d’occhio, neanche il tempo di sentire lo scroscio di un’onda che eravamo di nuovo tra i palazzi. Elisa invece, molto più cauta, rallentava sempre su quel tratto: ci dava il tempo di respirare quell’aria umida e salata. Si riuscivano pure a sentire le risate dei bagnanti in lontananza e la musica del chioschetto sulla destra.
L’ultima volta che ci siamo passati, l’ascensore del palazzo era guasto e Luca ha dovuto portarmi in braccio fino al terzo piano, per ben sei rampe di scale. Chissà se è stato allora che hanno deciso di dimenticarmi. Quando Luca ha finito il liceo, ho capito che forse non mi sbagliavo. Mi hanno messa qui sul balcone e poi non siamo più usciti. Ogni tanto Luca esce da queste parti per fumare una sigaretta, ma da quando Elisa l’ha scoperto non l’ho più visto.
Chissà quante cose sono cambiate da quell’ultima volta. Le barche saranno ancora al loro posto? Il mare è sempre azzurro? C’è ancora chi suona la tromba sulla spiaggia? Paolo ed Elisa avranno finalmente comprato il divano che tanto volevano? Luca sarà riuscito a farsi perdonare da Elisa? È davvero così facile dimenticare tutto quanto da un giorno all’altro? Suppongo faccia parte anche questa delle loro libertà: scegliere quando alzarsi, che strade prendere, quando fermarsi, quando è tempo di dimenticare.
Se avessi potuto scegliere, avrei preferito essere abbandonata sul lungomare, in quel luogo a me tanto caro. Forse lì la solitudine sarebbe stata meno difficile da sopportare. Invece sono qui, sul balcone di questo palazzo a guardare il mondo andare avanti in libertà, incapace di muovermi e mi chiedo che senso abbia essere ancora qui.
tempofermo






















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